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In un'altra Vita

  • Jun 22, 2025
  • 2 min read

Updated: Aug 16, 2025




In un’altra vita

portiamo lo stesso cognome

abitiamo la stessa casa

e conosciamo le stesse persone.


Quando ci chiedono un parere

finiamo per dire le stesse parole.

Facciamo le stesse vacanze

e abbiamo le stesse speranze.


C’è un civico con il nostro nome,

di una casa di campagna e di una al mare;

che hanno il salotto dello stesso colore

e che profumano di uno stesso odore.


C’è un bimbo con gli occhi azzurri e molto alto,

si chiama Leonardo;

nell’altra stanza una gemma dagli occhi “verdi”,

si chiama Emma e ha i tuoi stessi capelli.


C’è un cane da qualche parte:

di razza e con gli orecchi grandi,

di quelli che abbaiano quando parti,

e al ritorno trasforma la gioia in salti.


C’è una panchina a New York,

in cui finalmente ci siamo baciati

ed un vecchio pub nella vecchia York,

in cui ci siamo amati.


C’è un foglio di carta, in qualche Banca

con la nostra firma;

ed una barca bianca,

che da quando è morto Nonno ormai non salpa.


C’è un asilo, in un paese

che ci aspetta tutte le mattine di ogni mese

che ci guarda con ammirazione

e ci crede delle brave persone.


C’è una vacanza o due all’anno:

una al mare ed una su un qualche monte bianco.


C’è una casa grande ed una candela alla cannella,

un salotto con appesa la nostra foto:

siamo eleganti al matrimonio di tua sorella,

sullo sfondo gli sposi sopra la sua moto.


Poco più avanti una cornice appesa al muro:

qui siamo sorridenti,

il nostro primo viaggio dopo il nostro primo mutuo,

nel freddo dell’Islanda sorridendo a denti stretti.


Proseguo camminando nel salotto

vedo 4 quadri:

il simbolo del nostro sforzo;

il giglio di Firenze incorona le nostre magistrali.


C’è un pranzo domenicale:

un abbraccio sotto il sole dato sulle scale;

una dolce Norma,

una Gabriella da abbracciare.

Vedo il sole, la terra ed il mare,

in lontananza vedo anche tuo padre:

sembra che gli anni non gli abbia sentiti,

è cambiato in volto ma porta ancora gli stessi vestiti.

Al tavolo c’è un posto vuoto, manco solo io

ma questo è il mio sogno:


mi aggiungo anch'Io.




Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno;

ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza;

finalmente ho detto la verità.

È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare;

amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza.

In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta:

“Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia”.

da Ascesa al Monte Ventoso - Francesco Petrarca.


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